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Natale a Cosenza, le tradizioni

Di binomi passati alla storia ognuno di noi ne conosce diversi, ma se dico Natale, a Cosenza, secondo voi cosa segue immediatamente? Presepe? Alberello? Regali? Niente di tutto questo. Natale, nella città dei Bruzi, va a braccetto con TURDILLI. E pare proprio, come tradizione racconta, che siano stati i rudi Bruzi a creare il prototipo di quelli che oggi sono i dolci natalizi per eccellenza, impastando acqua e farina e addolcendo l’impasto col miele d’api. Mi riesce un po’ difficile immaginare le vigorose massaie del tempo alle prese con frissure (o padelle che dir si voglia) e olio . Chissà, magari cuocevano l’impasto sulle pietre calde… Di più non ci è dato sapere, di quei tempi, ma qualcosa di più sappiamo sugli incontri della tradizione gastronomica locale con quella dei pur feroci Saraceni che, oltre alle paurose incursioni costiere, portarono da noi il gusto soave di fragranti spezie, come la cannella che, nel corso dei secoli, finì col diventare il “profumo” eletto di cui cospargere gli essenziali turdilli, appellati sulle coste ioniche e nelle altre province crustuli o cannariculi. Varietà di nomi, dunque, e non solo… Anche di ricette ne esistono tante, ma tante varianti.. Si può dire che ogni famiglia cosentina, e forse calabrese, abbia la sua prediletta. A casa Filice, si adotta da tempo una ricetta non più tanto essenziale come quella bruzia: la presenza di vermouth e lievito per dolci, nell’impasto, li fa esemplari più…moderni e raffinati. Ma mentre sto scrivendo – tra l’altro col rischio, poco calcolato, di imbrattare scrivania e tastiera della dolcissima melassa con cui sono ricoperti, anzi ammielati ( una mistura mediterranea e sensuale di mosto cotto, melassa di fichi e miele d’api) – mi sto deliziando del loro gusto, che avvolge il palato e anche la gola. Le papille ballano un twist mentre nella bocca si espande il sapore dolce della melassa, aromatizzata con cannella e procedono a ritmo di rock melodico quando i denti sbriciolano la pasta in cui si riconosce il lieve sentore di vaniglia del lievito e il sapore inconfondibile del vermouth, che li fa scurire nella padella. L’odore delle fritture natalizie è soave e diventa un’àncora potente, capace di riportare in superficie ricordi lontani: di quando bambini aspettavamo con ansia il Natale e i suoi preparativi che si materializzavano con l’albero e i dolci: nei giorni dedicati alle fritture, lasciavamo libri e quaderni sul tavolo del soggiorno per sostare, affascinati e smaniosi, sulla soglia della cucina a osservare mamma, nonna Marietta e zia Angela affaccendate con le mani in pasta, tra padelle d’olio bollente e tegami che accoglievano la mistura dei mieli. Momento carico di sacralità e magia, quello dell’immersione del primo turdillo nella padella, quando nonna Marietta, con il pezzo di pasta tra le dita, tracciava su di essa un segno di croce, a sottolineare quasi la “santità” di quell’occupazione tutta domestica e femminile che avrebbe deliziato, con l’abbondanza prodotta, grandi e piccini, familiari e parenti, visto che zuppiere generose di fritture, prima delle feste, venivano distribuite anche ai parenti per “buon augurio”. Virtualmente, condivido il “buon augurio” con tutti voi, che avete letto queste righe e che Abbondanza, Bellezza e Bontà ci accompagnino per queste feste e oltre, molto oltre.


Adele Filice
13 dicembre 2017